Ma tanto

Non parlavi. Per capire cosa pensavi o volevi dire dovevo guardarti negli occhi, studiare i lineamenti del tuo volto e come questo si arrende al mio sguardo. Quando non potevo guardarti, dovevo ascoltare. Indovinare il battito del tuo cuore, immaginare la tua camminata, il tuo sguardo, la postura. Riuscivo a vedere cosa i tuoi occhi

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Guardami, sai tutto

Continuava a ripetere “di te non so niente”, “non ti conosco”, “non mi dici nulla” eppure viveva di me, viveva con me, mi ascoltava, mi guardava, mi respirava. Sapeva come mangiavo, cosa, quanto leggevo, cosa mi infastidiva, quando ridevo e perché piangevo. Gli raccontavo dei miei progetti, delle mie passioni, degli hobby. Toccava il mio

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Una scrittrice tormentata

All’inizio pensavo di dover cambiare il linguaggio, mi guardo tutt’ora intorno corrugando la fronte impaziente di avere qualche specie di illuminazione. Niente. Lo sguardo assente, alle spalle la sicurezza di una famiglia, di fronte un silenzio morbido e lenitivo. Sola, ma nel posto giusto. Mi chiedevo soltanto il perché dei blocchi. Pensavo di dover spolverare

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