Che cosa voglio?

L’ultima persona che mi chiese cosa voglio davvero dalla vita fui proprio io, pensate, dopo un viaggio incredibile di introspezione passato in solitudine, tra libri e pochi, davvero pochissimi esseri umani. In tutto questo delirio decisi forse di salvare il mio professore di diritto e qualche blogger viandante sul web, perché viandante anche io, ora come ai tempi. Forse cercavo come tutti di non impazzire.

E’ un mondo questo, che ti fa ammalare. Un mondo strano perché fatto di eccessi, non di equilibrio. Un mondo che non ci permette di amare ed insegnare a farlo. E per pignoleria mi spiego che nessuno vuole insegnare a nessun’altro come si debba fare per amare, io voglio solo che si insegnasse a farlo. Abbattere i filtri, potenziare i propri sensi. Essere meno prodotti e più umani. Essere uniti perché più forti, calmi, senza paura.

Hanno cercato di resettarmi il cervello per sovrascriverlo con stronzate. Più stavo diventando quello che ero e più non andavo bene, infastidiva la mia creatività così hanno pensato bene di mettermi in riga. Penso all’arroganza che alberga l’essere umano e a quanto manchi una figura che insegni a tutti l’amore e come si applica. Qualcuno che spieghi che tutti possono sviluppare e nutrire il proprio talento, e che tutti hanno qualcosa di bello dentro da coltivare, da spartire, da insegnare. Qualcosa per cui poter essere felici tutti insieme.

Mi sono salvata con l’educazione, io, forse perché è la cosa che più definisce e rafforza il proprio carattere. Ho fatto tutto quello che potevo fare e anche di più, meno di altri, ma scopro che in ogni caso nella vita ce n’è veramente per tutti. Per fortuna l’uomo ha ancora un angolino privato dove poter soffrire in pace, sennò capirai i like e i dislike. Una continua ricerca la mia, e sono irrequieta, forte ma irrequieta. Forse l’istinto di conservazione non esiste più, forse rimane ben poco di autentico e ci tocca ricominciare daccapo. Forse, e dico forse, un giorno dovremo farlo veramente.

Che cosa voglio, davvero, dalla vita? Voglio imparare. Voglio ridere. Voglio amare.

Grazie per il complimento

Non è passato molto dall’ultima volta che ho vomitato, e questo luogo arredato diversamente non è migliorato molto in termini di accoglienza. Dovrei essere qui per scrivere decisamente di altro, e invece, siamo cresciuti tutti tranne la fiducia in noi stessi. Sono stata invitata ad un evento. Qualcosa che ricorda le feste in maschera quanto meno, e Venezia è inarrivabile. E’ ovunque su questa parete e la cosa mi puzza un po’. Tutto intorno a lui sembra dire sono ricco, sono felice, sono potente. Lui racconta tutt’altro nel suo pezzo, il pianoforte gli si sta sgretolando sotto le dita.

La camera è piena di coriandoli, inciampo un paio di volte ma sembrano più spintoni che disattenzione. Ne è passato di tempo da quando ci ho provato davvero a crederci, dovrei essere qui per fare pace con l’esito, eppure non prego più, non scrivo più, non soffro più. E più che innamorarmi io amo quello che la mia testa vuole farmi amare, ciò che lei mi implora di vedere, ignorando ciò che è. Lui mi guarda ma prima ancora di vedere me, guarda oltre. Guarda oltre e oltre c’è la parete tappezzata di ricordi. Venezia. Venezia. Venezia. Lui mi guarda ma sta andando oltre, forse troppo, forse aspetta fermati.

Ho detto più stronzate in questo blog che in tutta la mia vita, e sono una che socializza molto. Per ogni uomo che insegna ciò che è giusto ce ne sono mille che mirano a ciò che conviene, e per cento buone azioni ne basta una sbagliata per cadere nell’ade e perdere tutto, dall’onore al pane. Non importa che tu lo faccia per amore, importa solo se lo fai per il potere. E’ un vomito di dolore, di male, di rabbia, la vena che continua a pulsare mentre gli altri mi aspettano di là. Mi sciacquo la faccia. “Sto bene.” Ho un vuoto che non riesco a colmare e questo, ho notato, mi assottiglia molto la vita. “Sembri una bambola!”. Grazie per il complimento.

Quali lividi?

Appena gli portano il caffè lui lo beve con una velocità per me inconcepibile. Si sarà sicuramente scottato la lingua e guardando le forme che assume la sua bocca capisco che è così. Realizzo che non se ne dispiace affatto mentre deve fare i conti con la mia disapprovazione. Come fa un uomo -mi chiedo- ad assaporare le cose se scarifica così le sue preziosissime papille gustative, come fa un uomo, ad assaporare una donna se si arrende cosi davanti ad un caffè. Non resisto e faccio un commento al riguardo al quale lui reagisce un po’ seccato e mi dice che non è tanto diverso dai miei lividi. Quali lividi, faccio la gnorri, lui insiste dicendo che a volte per amore sacrifichiamo qualcosa. Lo guardo, lo guardo male. Che c’entra l’amore con il caffè, che c’entra l’amore con le papille gustative, e con i lividi? I suoi occhi mi dicono che mi sono risposta da sola, le sue mani mi dicono la stessa cosa. Penso ai miei lividi e soffoco un sorriso malizioso, che lui smaschera benissimo dalle forme che assume la mia bocca.

Per il piacere sacrifichiamo sempre qualcosa, lo vedo da come facciamo l’amore, lo vedo da come beviamo il caffè.

Una scrittrice tormentata

All’inizio pensavo di dover cambiare il linguaggio, mi guardo tutt’ora intorno corrugando la fronte impaziente di avere qualche specie di illuminazione. Niente. Lo sguardo assente, alle spalle la sicurezza di una famiglia, di fronte un silenzio morbido e lenitivo. Sola, ma nel posto giusto. Mi chiedevo soltanto il perché dei blocchi. Pensavo di dover spolverare certi vocaboli e mettere in grassetto dei sinonimi che mi hanno illusa di farmi capire un po’ meglio. Certo è che cercare di essere chiari non implica essere onesti o puri di cuore, vuol dire solo cavarsela e magari illudere qualche sognatore pendolare. Le persone hanno sempre tante buone ragioni per mentire o – se volete- proteggere, ma se il fine giustifica i mezzi allora l’egoismo sarà la loro colonna portante, non la mia.

Credetemi, mi ritrovo a fare i conti con un’assenza che ferisce persino me. Queste parole sono uno scudo che alzo a priori perché è un’assenza che penalizza la persona che comunque a suo modo mi fa sognare. Tutto sommato ottenere dei risultati – qualcosa di valore o magari qualcosa a lungo termine – implica uno dispendio energetico non indifferente. Fare fatica vuol dire volere qualcosa di veramente grande, ecco perché non mi fido di tutto quello che si ottiene facilmente. Facile è quasi un imbroglio, è una trappola, facile cos’è, nient’altro che una scorciatoia, un prodotto che ha saltato dei passaggi nella fase di assemblaggio, è un contratto con asterischi, un surrogato. Il dramma è quando facile diventa anche giusto. E quando una cosa facile diventa inequivocabilmente anche giusta, la speranza di un essere umano evoluto si dissolve davanti a me in un urlo disperato. Il punto è che è cambiata anche l’unica cosa che avrebbe in qualche modo potuto salvare i rapporti umani. La comunicazione.

Dal suo uso scorretto ne derivano l’educazione parziale finalizzata a propri scopi mascherata da informazione, il meccanismo secondo cui si plasmano degli individui attraverso l’intrattenimento e l’assimilazione inconscia di elementi che non gli appartengono per natura, per poi trovarci a socializzare con individui che di autentico, naturale, imprevedibile non hanno niente. Io come individuo non riesco nemmeno a provare piacere in una società che mi dice come amare, che cos’è il sesso e come si fa, ottenere anziché creare, sfruttare anziché condividere, il cinismo a discapito delle emozioni. Mi hanno tolto il piacere creando un prodotto “facile” e che arrivi a tutti attraverso tutti i canali disponibili, senza tregua e senza spazio all’immaginazione. Questo giochetto del distogliere l’attenzione per poter operare in santa pace ha preso una piega stravagante, e concedetemi una pausa se tremo quando inizio a scrivere qualcosa in rete. Credetemi, mi ritrovo a fare i conti con un’assenza che ferisce persino me. Non è facile continuare. Se lo fosse, non sarei qui.

La tredicesima sigaretta

L’avevo già scelto. L’avevo fatto ancora prima che qualcuno mi avesse chiesto qualcosa al riguardo. Ancora prima dell’alba, prima di aver domandato cortesemente l’accendino ad un perfetto estraneo. Avevo fumato così tanto che neanche riuscivamo più a distinguere i lineamenti dell’altro. Era inutile immaginare, eravamo imprevedibili nel proprio modo di fare del male. Neanche ci guardavamo più. Non per egoismo o cattiveria, nemmeno per abitudine o paura, non ci guardavamo perché fuori pioveva oppure fuori c’era il sole oppure la luna piena.

Ho pensato tante volte di cancellare tutte quelle foto. Lo faccio sempre. Penso sempre di dover cancellare tutto. Poi mi pento. Mi pento di questa grande stronzata del voler modificare in Paint il proprio passato. E comunque mi fa sempre male in petto. Sempre.

Avevo già deciso a metà sigaretta, alla tredicesima, venuta malissimo, che quando penso cose così pesanti le sigarette mi vengono male. Avevo preso quella decisione dalla qualità di un polmone marcio. Fa niente se marcio, ti fa respirare uguale. Qualcosa di questo tipo. Una scelta che è inevitabile come qualcosa che ti fa male ma indispensabile per la sopravvivenza. Una sopravvivenza sofferta, una vita più corta, la nebbia nella stanza e poi quando apri la finestra tutto si schiarisce e inizi a vedere dettagli che prima toccavi senza sentire. Quei fiori a fianco del mobile, quelle luci nascoste mai accese, l’incisione accanto alla zanzariera e poi le fotografie archiviate in ordine di piacere fisico. Ci sono tante cose che vorrei non capire mai.

Avevo preso delle decisioni di cui prettamente in quel momento non mi importava, cose che di solito critico nel vederle addosso agli altri, cose che non sono cose semplici, che non potranno mai esserlo nella mente di persone così semplici. Eppure mi danno della complicata, confusa, stupida, cabarettista. Pure cabarettista.Va bene. Va tutto bene perché io ho già scelto. Ho scelto solo per ricordarmi che gli esseri umani hanno la facoltà di scegliere la cosa migliore, il libero arbitrio, qualcosa che incatena la libertà altrui, perché facciamo le cose per entrare in un flusso che non ci appartiene, che di flussi migratori ce ne sono a valanghe, e persone confuse anche peggio.

Io l’avevo scelto, ve lo giuro. Me ne stavo là seduta, in quel posto che con tutto quel giallo mi invadeva l’iride e quel verde freddo che ha sempre fuorviato le persone da quello che provavo veramente.
Tu sei mio. Sarai mio per sempre. Sei il posto ideale dove far finta di non riuscire a piangere, e io che do la colpa al vento oppure a quella gioia sempre troppo elevata. Era perfetto, in ogni sua mattonella dalla forma irregolare e dura, che se ti ci appoggiavi faceva male ma non abbastanza da farti spostare e andartene.

E ora penso che non essere felice in questo mondo equivalga a parassitarlo, dire e fare cose cattive anche, pensarle le cose cattive, anche. E che dire dell’anima delle persone, dove, e cosa, e quando avrà mai una fine senza però restare svegli il giorno dopo. Io accetto la fine, la capisco, la venero. Quello che non capisco è la vita che deve continuare dopo questa fine ben fornita di memoria, di storia, di ricordi che solcano. Una punizione, un’umiliazione, un gioco, che cos’è, ditemelo.

La mia fine ha questo significato qui. Ha bisogno di un posto assolutamente non metaforico per avere un senso, ha bisogno di atomi, di particelle che puoi toccare. Un posto che puoi raggiungere a piedi o in moto, in cui tutto implode e poi dopo non c’è più niente di quello che c’era prima, con quelle movenze che aveva prima. Svegliarmici dopo una tempesta, o un’esplosione nucleare tra interazioni, rapporti, legami. Un posto per ricominciare senza ricordare che cosa ti hanno fatto.  E io l’ho scelto questo posto. L’avevo già scelto alla tredicesima sigaretta.

Intimità

Certo che ce n’è di intimità qui. A star di fronte al proprio ego, obbedire alla propria ragione, fare i conti con l’equilibrio di tutti gli universi conosciuti. A qualcuno non fregherebbe niente, di tutto questo, per altri è improbabile il contrario. Secondo alcuni l’intimità la si trova in altri posti, in altri luoghi non fisici, in altri tempi.

Eppure vi giuro che il calore di un altro corpo non scalderà che le lenzuola e invece il vostro cuore sarà putrido di solitudine. È il dono di riuscire a trasferire quello che abbiamo di buono dentro un qualcosa di materiale. Per forza. Lo facciamo per forza, tanto per etichettarci come esseri umani, e alla fine ci si riconosce anche senza un’etichetta.

Peccato poi, che quel materiale prima o poi marcisce, è la legge della natura, marcisce insieme alle cose di valore che ci abbiamo appiccicato avidamente sopra. Sono meccanismi in cui per un secondo sembra che ci arrivi e la pratica ti frega, ti manca, la noia ti consuma, il cervello ti fotte, il corpo cede.

L’intimità invece è qualcosa che ti permette di stare calmo, di capire, di capire meglio, di capire ancora meglio. Ti fa ridere e morire in pace, ti fa amare perché odiare sfinisce, ti fa respirare regolarmente e l’affanno neanche sai più come si faccia.

L’intimità è l’iride delle galassie. È alla base di una bella condivisione senza però pestare i piedi a nessuno, tanto meno spingerlo o avvelenargli il cibo. È quella cosa che cura la perversione a dosi piccole di endorfine e adrenalina, perché puoi godere di tutto quello che vuoi senza però possedere niente, o danneggiare niente o fare qualcosa di stupido.

L’intimità, quando la si raggiunge, fa vivere bene. Fa vivere così bene che non hai bisogno di fare del male agli altri per raggiungere la tua idea di felicità.

Deleterious

Di te mi prenderò il tempo. Le cose che fai mentre ti sono accanto, i pensieri troppo lontani mentre ti passo la bottiglia quasi vuota, bevi, che domani è un altro giorno e falliremo ancora. Che rapporto, che cazzo di rapporto. Non ci apparteniamo nemmeno per un quarto di un cazzo di bicchiere mezzo vuoto. Ci confondiamo nella stanza in una nebbia di frasi fatte e gesti che dovrebbero fare bene al cuore. Ma tu non avrai il mio cuore, e io non ho intenzione di prendere il tuo. Non mi serve, non così, che non ti è rimasto niente, che non mi è rimasto niente. Una condivisione patetica di secondi in solitudine, tipo le file al supermercato, la gente in piazza, persone che migrano con un nonsense collettivo, chi guarda i porno e chi pensa di fare l’amore, un insieme di menti brillanti ma pigre.

E io penso, cazzo, è tutto nelle vostre patetiche menti. Vi create mondi che adorate solo voi perché vi immobilizzano l’immaginazione e questa finzione che domina è abominevole. Quindi non parlarmi di inferno e paradiso quando ti fottono il cervello con qualsiasi cosa sgarri dalla tua vita quotidiana, così ti rendi conto che è tutto statico, uguale e deleterio.

E il tempo passa così, senza lasciare nessuna traccia nella nostra mente, poi i mal di stomaco, il piercing alla lingua, e quelle volte che avresti dovuto toccarmi e non l’hai fatto. Spacco questo cazzo di divano, te lo spacco. Li sento i pugni che fanno male per la rabbia, la sento la violenza che scorre, la senti la violenza che scorre, li vedi i miei pugni serrati? Il sangue che imbratta le pareti e io che ho meno paura. E ti do ragione che è tutto incasinato ma porca puttana non puoi capire come sto affrontando questa sovrapposizione di situazioni di merda. Perché devi farmi stare bene porca puttana, devi farmi stare bene, sennò capisci anche tu che non serve a un cazzo questa condivisione perché io non accetto i compromessi, al massimo temporeggiamo con una mediazione.

Mi prenderò il tuo tempo, dovrai farmi dominare, ti devi abituare a me in quel modo malato che ti fa stare sveglio la notte mentre ti ripeti che non è possibile. Quando cammini su quell’orlo della consapevolezza e hai paura di scoprire che riesci ancora a legarti a qualcuno. Più un legame mentale che fisico, dove percorri la linea temporale dei ricordi e ingrandisci la loro importanza e il loro valore. Quel tipo di legame dove vuoi che ti scaldi l’altra metà del letto e mentre fumiamo si programma un altro viaggio. Lo vedi? Io voglio questo. Io voglio il tuo tempo.

Ti prego vattene

Sentiva il bisogno di regalarmi qualcosa. Sentiva di avermi rubato l’infanzia, calpestandola con il suo menefreghismo, doveva rimediare per fare pace con Dio. Non ci fai mai caso quando demolisci la sensibilità altrui, non capisci nemmeno quando questo nasconde un parassita che ti mangia gli organi interni, iniziando dallo stomaco con le sue cazzo di farfalle.

Se sentiamo quel strano movimento delle placche dentro di noi è perché qualcuno ci ha fatto ingoiare veleno, sai mai poi come va a finire con la salute, nervi sprecati, psicologi che ci provano ma tu ti chiudi ancora di più e ti ribelli perché la tua mente non riesce a trovare qualcosa di più giusto e logico da fare. Forse è istinto. Forse è una resa davanti a una massa di cretini, forse abbassarti e alzarti secondo tutti quei livelli non fa per te e stanca: star dietro alle persone stanca.

Non lo capisci quando qualcosa è troppo, nessuno te lo fa vedere, niente foglietti illustrativi, istruzioni in una lingua che non conosci. Il bastardo ti ride in faccia, come se non ti avesse mai fatto del male. Poi spunta fuori da un cazzo di buco nero e sono passati decenni. Un sacchetto di caramelle. E questo è troppo. Il diavolo è più premuroso se la mettiamo a paragoni, e non voglio andare avanti che solca, l’ha sempre fatto.

Non farti proprio vedere. Non voglio niente da te, e vattene, impacchettati le tue care promesse e vattene. Che poi non hanno mai avuto proprio senso le tue parole. Non voglio niente. Vattene. Ti prego vattene.

E toglie il fiato

Sono accanto a lui che dorme beato, girato dall’altra parte, in una posizione penso per lui comodissima. Lo sento respirare pesantemente a tratti, per il resto è regolare, a parte quando per tre secondi va in apnea e allora mi blocco anche io per monitorarlo e inizio a respirare solo dopo di lui, poi ci sono gli affanni. Mi accorgo solo dopo di quanto questa cosa tolga il fiato.

Quando mi abbraccia nella notte so che cerca il cuscino, e allora gli faccio da cuscino. Ho le stesse funzionalità di un cuscino capite, poi mi sento un attimino superiore che io almeno ricambio l’abbraccio. I cuscini non ricambiano. 

Rido in quel momento. Lui non mi sente: dorme. Io rido. Residui di istinto materno che sento mi abbiano rubato. Prendete i miei soldi, loro no, si sono presi il mio istinto materno, l’altro almeno me l’hanno lasciato. Furbi. Sai che casino conviverci sennò, così me l’hanno lasciato. 

Ed eccomi qua: ad avere paura. 

C’ho tanta paura. Tanta di quella paura che fare da cuscino non mi basta. E mi accorgo solo ora di quanto questa cosa tolga il fiato.  

Fottere

A me dispiace che vedete del sentimentalismo in me. Mi dispiace anche quando mi inquadrate come una tipa malinconica depressa propensa al suicidio. Quello che scrivo forse ve lo fa pensare forse no, cazzo ne so io, tanto dipende sempre dal vostro stato d’animo del cazzo, mica posso farvi da psicologa. Competenze a parte.

Sì lo so, dico sempre che non me ne frega un cazzo di niente, quindi cosa mi dispiaccio a fare e oh, c’avete ragione anche stavolta: sapete sempre come smontare tutto e tutti. Mi frega tanto devo dire. Ma tanto moriremo tutti.

Ah, la libertà di parola, questa maledetta.

Devo far contenti tutti, ma io mica sono una scrittrice, e mica una blogger, e mica una ragazzina complessata. Quello che scrivo sono parole al vento, quello che faccio invece è sempre in mezzo a un tornado di merda.

Quante parolacce.

E’ che ormai si può dire e fare di tutto. Si può addirittura pensare. Puoi pensare a tutto.

Pensa. Tanto a nessuno frega un cazzo, pensa.

Mi ricordo ogni due minuti e mezzo la frase “tra cent’anni tutto questo non avrà alcuna importanza” tanto per sentirmi più inutile di quanto io non mi senta già, e per giustificare le perdite nella mia vita di cose e persone, per dare un senso a questo intenso sfruttamento delle mie potenzialità: credici.

E’ tutto così patetico che mi viene da berci sù fino a collassare e magari entrare in un profondo coma etilico.

La risposta esatta è che il mio sarcasmo viene interpretato malissimo dalle capre.

Fotte un cazzo se siete vacche, fotte un cazzo se siete degli attori porno mancati. Fotte. Fotte davvero tanto.

Vi dirò, mi sento sola proprio per colpa di voi esseri umani bastardi. Siete voi la causa del mio malessere a intermittenza. Umani, beh, umani si presuppone. Che se accarezzo un cane sento di essere più vicina all’idea dell’amore di tutte le stronzate che ci costruite voi attorno, cominciando dal matrimonio.

Dovete per forza farmi legare a qualcuno, così ci penso, mi impegno, mi comporto bene, ah i legami, questi maledetti. Che i legami li odio l’ho capito da quando è cominciato quello con i miei genitori.

Le cose sentimentali mi fottono, e io legata e bendata che non scappo da nessuna parte. No ma vi dirò, ci sanno fare. Come fottono loro, nessuno. Fanculo va.