Chi soffre di più vince

“Sto male.”
“Si, anche io.”
“No, fidati… Io sto malissimo.”
“Certo, dici così perché non hai sopportato il dolore che ho sopportato io.”
“L’ho sopportato, forse, e forse anche il doppio, il triplo…”
“Si ma io vorrei morire.”
“Io anche.”
“Io darei la mia vita pur di morire…”
“…”
“…”
“Già.”
“Già.”

Non c’è un trofeo per la sopportazione del dolore. Di conseguenza non capisco perché le persone facciano la gara a “chi sta peggio“. Lo so che spesso sembrano solo conversazioni innocue dove le rispettive persone si consolano a vicenda, e so che certi non lo fanno nemmeno apposta, è una specie di intro per quella fase in cui tutti i tuoi amici cominceranno a darti del “depresso”.

“Dio mio, a volte la notte non dormo, se dormo faccio gli incubi e non mangio da giorni…”

“Si, vabbe…. e io che devo dire?”

Non devi dire niente. Stai zitto semplicemente. Non è una gara. Non vinci un cazzo se sei il più sofferente essere della terra.

Se parli con queste persone è la fine. Della serie che quello che hai detto appena non vale un cazzo perché lui sta peggio: lui non è che non dorme la notte, non dorme nemmeno di giorno. E di incubi ne fa il doppio (anche se non dorme mai). E poi è così a pezzi che sente il dolore al petto non solo quando prova a mangiare (cosa che ha smesso di fare da anni) ma anche quando prova a bere (work in progress, perché sta smettendo di fare anche questo). E’ decisamente troppo per lui. E tu ovviamente stai troppo bene per poter capire.

E’ fantastico tutto questo.

“Comunque ci stavo pensando, anche io darei la mia vita pur di morire!” 

“Beh, a dirla tutta io ci ho provato sai?” 

“Io invece sono a un buon punto.” 

“Beh, io direi che un po’ sono già morto dentro.” 

“Io sono completamente morto dentro.” 

“Vedessi la mia vasca piena di sangue.” 

“A volte mio padre proprio non riesce a distogliere lo sguardo dalle cicatrici sul mio polso.” 

“I miei ci hanno fatto l’abitudine.” 

“Comunque ormai chi usa più le scale, io salto direttamente dal balcone.” 

“Beato tu che abiti all’ottavo piano, io ci metto di più essendo al dodicesimo!” 

“Ma almeno da te non ci sono alberi, io rischio di non morire e diventare un vegetale…” 

“Che poi ho ricominciato a mangiare i broccoli. Ho sempre odiato i broccoli.” 

“Sì, ma parliamo di quanto sia fastidioso camminare sulle briciole a piedi nudi…” 

“Si vede che non sei mai caduta di faccia su un cactus, a volte bagnare le piante in balcone può essere pericoloso…” 

“Almeno tu hai la forza di bagnarle, io sto così male che lascio morire pure i fiori…”

“Io invece darei la mia vita pur di morire…” 

“…”

“…”

“Già.” 

“Già.” 

“Comunque anche io darei la mia vita pur di morire.” 

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“Certo, dici così perché non hai sopportato il dolore che ho sopportato io.”
“L’ho sopportato, forse, e forse anche il doppio, il triplo…”
“Si ma io vorrei morire.”
“Io anche.”
“Io darei la mia vita pur di morire…”
“…”
“…”
“Già.”
“Già.”

Non c’è un trofeo per la sopportazione del dolore. Di conseguenza non capisco perché le persone facciano la gara a “chi sta peggio“. Lo so che spesso sembrano solo conversazioni innocue dove le rispettive persone si consolano a vicenda, e so che certi non lo fanno nemmeno apposta, è una specie di intro per quella fase in cui tutti i tuoi amici cominceranno a darti del “depresso”.

“Dio mio, a volte la notte non dormo, se dormo faccio gli incubi e non mangio da giorni…”

“Si, vabbe…. e io che devo dire?”

Non devi dire niente. Stai zitto semplicemente. Non è una gara. Non vinci un cazzo se sei il più sofferente essere della terra.

Se parli con queste persone è la fine. Della serie che quello che hai detto appena non vale un cazzo perché lui sta peggio: lui non è che non dorme la notte, non dorme nemmeno di giorno. E di incubi ne fa il doppio (anche se non dorme mai). E poi è così a pezzi che sente il dolore al petto non solo quando prova a mangiare (cosa che ha smesso di fare da anni) ma anche quando prova a bere (work in progress, perché sta smettendo di fare anche questo). E’ decisamente troppo per lui. E tu ovviamente stai troppo bene per poter capire.

E’ fantastico tutto questo.

“Comunque ci stavo pensando, anche io darei la mia vita pur di morire!” 

“Beh, a dirla tutta io ci ho provato sai?” 

“Io invece sono a un buon punto.” 

“Beh, io direi che un po’ sono già morto dentro.” 

“Io sono completamente morto dentro.” 

“Vedessi la mia vasca piena di sangue.” 

“A volte mio padre proprio non riesce a distogliere lo sguardo dalle cicatrici sul mio polso.” 

“I miei ci hanno fatto l’abitudine.” 

“Comunque ormai chi usa più le scale, io salto direttamente dal balcone.” 

“Beato tu che abiti all’ottavo piano, io ci metto di più essendo al dodicesimo!” 

“Ma almeno da te non ci sono alberi, io rischio di non morire e diventare un vegetale…” 

“Che poi ho ricominciato a mangiare i broccoli. Ho sempre odiato i broccoli.” 

“Sì, ma parliamo di quanto sia fastidioso camminare sulle briciole a piedi nudi…” 

“Si vede che non sei mai caduta di faccia su un cactus, a volte bagnare le piante in balcone può essere pericoloso…” 

“Almeno tu hai la forza di bagnarle, io sto così male che lascio morire pure i fiori…”

“Io invece darei la mia vita pur di morire…” 

“…”

“…”

“Già.” 

“Già.” 

“Comunque anche io darei la mia vita pur di morire.” 

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