La tredicesima sigaretta

L’avevo già scelto. L’avevo fatto ancora prima che qualcuno mi avesse chiesto qualcosa al riguardo. Ancora prima dell’alba, prima di aver domandato cortesemente l’accendino ad un perfetto estraneo. Avevo fumato così tanto che neanche riuscivamo più a distinguere i lineamenti dell’altro. Era inutile immaginare, eravamo imprevedibili nel proprio modo di fare del male. Neanche ci guardavamo più. Non per egoismo o cattiveria, nemmeno per abitudine o paura, non ci guardavamo perché fuori pioveva oppure fuori c’era il sole oppure la luna piena.

Ho pensato tante volte di cancellare tutte quelle foto. Lo faccio sempre. Penso sempre di dover cancellare tutto. Poi mi pento. Mi pento di questa grande stronzata del voler modificare in Paint il proprio passato. E comunque mi fa sempre male in petto. Sempre.

Avevo già deciso a metà sigaretta, alla tredicesima, venuta malissimo, che quando penso cose così pesanti le sigarette mi vengono male. Avevo preso quella decisione dalla qualità di un polmone marcio. Fa niente se marcio, ti fa respirare uguale. Qualcosa di questo tipo. Una scelta che è inevitabile come qualcosa che ti fa male ma indispensabile per la sopravvivenza. Una sopravvivenza sofferta, una vita più corta, la nebbia nella stanza e poi quando apri la finestra tutto si schiarisce e inizi a vedere dettagli che prima toccavi senza sentire. Quei fiori a fianco del mobile, quelle luci nascoste mai accese, l’incisione accanto alla zanzariera e poi le fotografie archiviate in ordine di piacere fisico. Ci sono tante cose che vorrei non capire mai.

Avevo preso delle decisioni di cui prettamente in quel momento non mi importava, cose che di solito critico nel vederle addosso agli altri, cose che non sono cose semplici, che non potranno mai esserlo nella mente di persone così semplici. Eppure mi danno della complicata, confusa, stupida, cabarettista. Pure cabarettista.Va bene. Va tutto bene perché io ho già scelto. Ho scelto solo per ricordarmi che gli esseri umani hanno la facoltà di scegliere la cosa migliore, il libero arbitrio, qualcosa che incatena la libertà altrui, perché facciamo le cose per entrare in un flusso che non ci appartiene, che di flussi migratori ce ne sono a valanghe, e persone confuse anche peggio.

Io l’avevo scelto, ve lo giuro. Me ne stavo là seduta, in quel posto che con tutto quel giallo mi invadeva l’iride e quel verde freddo che ha sempre fuorviato le persone da quello che provavo veramente.
Tu sei mio. Sarai mio per sempre. Sei il posto ideale dove far finta di non riuscire a piangere, e io che do la colpa al vento oppure a quella gioia sempre troppo elevata. Era perfetto, in ogni sua mattonella dalla forma irregolare e dura, che se ti ci appoggiavi faceva male ma non abbastanza da farti spostare e andartene.

E ora penso che non essere felice in questo mondo equivalga a parassitarlo, dire e fare cose cattive anche, pensarle le cose cattive, anche. E che dire dell’anima delle persone, dove, e cosa, e quando avrà mai una fine senza però restare svegli il giorno dopo. Io accetto la fine, la capisco, la venero. Quello che non capisco è la vita che deve continuare dopo questa fine ben fornita di memoria, di storia, di ricordi che solcano. Una punizione, un’umiliazione, un gioco, che cos’è, ditemelo.

La mia fine ha questo significato qui. Ha bisogno di un posto assolutamente non metaforico per avere un senso, ha bisogno di atomi, di particelle che puoi toccare. Un posto che puoi raggiungere a piedi o in moto, in cui tutto implode e poi dopo non c’è più niente di quello che c’era prima, con quelle movenze che aveva prima. Svegliarmici dopo una tempesta, o un’esplosione nucleare tra interazioni, rapporti, legami. Un posto per ricominciare senza ricordare che cosa ti hanno fatto.  E io l’ho scelto questo posto. L’avevo già scelto alla tredicesima sigaretta.

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