E io ti rispondo ancora

Era insopportabile il tuo corpo compresso nell’angolo. Come se dovessi dare spiegazioni a te stesso più che parlare con me. Quindi lo sguardo altrove, come quando uno guida e l’altro guarda fuori dal finestrino.

Ogni tanto mi guardavi, a volte sorridevi, ma solo se io te lo permettevo. Altrimenti ritornavi nella posizione neutrale precedente. Una scena completamente priva di senso.

Era insopportabile tanto quanto il mio corpo che imitava il tuo, solo per poter dire “so cosa stavo facendo”; e lo facevo perché altrimenti sarei uscita all’improvviso senza dare alcuna spiegazione o girarmi per guardarti andare via.

Non ho mai dato spiegazioni. A te le avrei date, ma probabilmente mi sarei pentita subito dopo, per cui nel dubbio ho preferito non dire niente. Tra un senso di imbarazzo, insicurezza, rabbia e forse anche noia.

È successo qualcosa nel frattempo? Oppure gli eventi procedevano sempre nello stesso modo ed ero io a dargli un significato di rinascita, riscoperta e resa?

So che era tutto nella mia testa. Ma so anche che nella mia testa c’eri tu. La tua faccia, il tuo corpo, la tua voce, e c’erano i movimenti del tuo corpo, le vibrazioni e il volume della tua voce che cambiavano continuamente in base a quello che volevi dirmi. E c’erano le tue parole, le tue domande, le tue rassicurazioni. I tuoi “ti voglio bene” campati per aria. Questo c’era nella mia testa, c’eri tu; come poteva tutto questo essere frutto della mia fantasia?

L’unico tormento che ti concedo è che alla fine sei stato te stesso e anche io. Forse dopo è successo qualcosa, forse dopo è stato messo tutto in discussione. Dovevamo solo dare retta a noi stessi, invece probabilmente uno dei due ha dato retta a qualcos’altro.

Alla fine è stato tutto più semplice di quanto pensassi. Abbiamo condiviso un’attesa. Mentre tu attendevi altro. Mentre io attendevo qualcosa.

“Ti scrivo.”

“E io ti rispondo. “

“E io ti rispondo ancora.”

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Cosa mi tormenta

Torneremo indietro. Come i pentiti e gli scappati di casa. Torneremo con gli occhi bassi e lucidi e pesanti, ma non per una sconfitta, per resa, e non per vergogna, ma perché si soffre già da troppo tempo.

Troveremo la soluzione in un pantalone senza tasche e in una gonna senza orlo. Nelle labbra socchiuse, nel profumo della pelle.

Capiremo che bisogna andare nel profondo. Lotteremo contro ogni violenza, ma non per ostentare quello e quell’altro. L’intimità sarà la nostra arma, qualità, segreto e la sua ricerca nelle vite di quelli e quegli altri sarà il nostro solido senso di amare, rispettare e godere.

Abbiamo perso qualcosa di importante. Non sappiamo più amare, baciare, toccare, fare l’amore, rispettare. Non siamo più esseri umani. Io non so che cosa siamo. Io non so cosa stiamo facendo.

Tutto quello che dovevo sapere

Eravamo già stati in quel posto. Forse in un’altra vita, eppure io lo sentivo, sentivo lui sentivo quelle note scorrere lungo la schiena come il drink che non era di quel posto, veniva da tutt’altra parte per scoprire i miei lati più nascosti, forse non troppo.

Ora non esageriamo con la presunzione di poter capire, decidere, agire di conseguenza. Infatti avevamo sbagliato entrambi.

Qualcuno suonava il pianoforte, suonava non per lavoro, non per passione, non per dovere, era un viaggio che doveva avere un senso. Un senso più grande ed esplicito della mia presenza in quel posto. E infatti.

Abbiamo ballato me lo ricordo, le nostre anime si sono sfiorate e qualche fiore è appassito perché l’eleganza è morta quando i tuoi occhi sono andati oltre e le mani pure. E non mi ricordo più nemmeno se ero io o se eri tu.

Ti ho sorpreso andare, venire, cambiare direzione e fuori c’era troppo casino per cui ora si capiscono tante cose, delle tane, i nascondigli, i profili, e l’affetto, o quella cosa lì. Non importa mai dopo un po’ che cresci, impari, scopri.

Forse è tutto nella mia testa, hai ragione, forse però sono nella tua con tutto il mio vissuto e ti dimentichi che devi alzare quel mento, quella testa, raddrizzare quella schiena perché è un tempio il nostro corpo sì, ma tu ti dimentichi di pregare.

I tuoi occhi poi, mi hanno raccontato tutto quello che dovevo sapere. Ferire o non ferire ora non è più il problema principale. Eppure l’apprezzamento è una cosa lontana da quello che stiamo facendo qui.

Il primo respiro dopo il coma, la consapevolezza prima di tutto, poi il resto. La felicità ne consegue, poi non dirmi che non avevo ragione. Si tratta di empatia, o è un gioco o è un flusso e basta, questo me lo devi dire tu. Alla fine non importa però perché so dove sto andando.

Ami, ami tantissimo, lo vedo, bisognerebbe vedere cosa.

Sono già successe tante cose qui ma oggi è diverso. Oggi se non è importante si passa oltre.