Intimità

Certo che ce n’è di intimità qui. A star di fronte al proprio ego, obbedire alla propria ragione, fare i conti con l’equilibrio di tutti gli universi conosciuti. A qualcuno non fregherebbe niente, di tutto questo, per altri è improbabile il contrario. Secondo alcuni l’intimità la si trova in altri posti, in altri luoghi non fisici, in altri tempi.

Eppure vi giuro che il calore di un altro corpo non scalderà che le lenzuola e invece il vostro cuore sarà putrido di solitudine. È il dono di riuscire a trasferire quello che abbiamo di buono dentro un qualcosa di materiale. Per forza. Lo facciamo per forza, tanto per etichettarci come esseri umani, e alla fine ci si riconosce anche senza un’etichetta.

Peccato poi, che quel materiale prima o poi marcisce, è la legge della natura, marcisce insieme alle cose di valore che ci abbiamo appiccicato avidamente sopra. Sono meccanismi in cui per un secondo sembra che ci arrivi e la pratica ti frega, ti manca, la noia ti consuma, il cervello ti fotte, il corpo cede.

L’intimità invece è qualcosa che ti permette di stare calmo, di capire, di capire meglio, di capire ancora meglio. Ti fa ridere e morire in pace, ti fa amare perché odiare sfinisce, ti fa respirare regolarmente e l’affanno neanche sai più come si faccia.

L’intimità è l’iride delle galassie. È alla base di una bella condivisione senza però pestare i piedi a nessuno, tanto meno spingerlo o avvelenargli il cibo. È quella cosa che cura la perversione a dosi piccole di endorfine e adrenalina, perché puoi godere di tutto quello che vuoi senza però possedere niente, o danneggiare niente o fare qualcosa di stupido.

L’intimità, quando la si raggiunge, fa vivere bene. Fa vivere così bene che non hai bisogno di fare del male agli altri per raggiungere la tua idea di felicità.

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Deleterious

Di te mi prenderò il tempo. Le cose che fai mentre ti sono accanto, i pensieri troppo lontani mentre ti passo la bottiglia quasi vuota, bevi, che domani è un altro giorno e falliremo ancora. Che rapporto, che cazzo di rapporto. Non ci apparteniamo nemmeno per un quarto di un cazzo di bicchiere mezzo vuoto. Ci confondiamo nella stanza in una nebbia di frasi fatte e gesti che dovrebbero fare bene al cuore. Ma tu non avrai il mio cuore, e io non ho intenzione di prendere il tuo. Non mi serve, non così, che non ti è rimasto niente, che non mi è rimasto niente. Una condivisione patetica di secondi in solitudine, tipo le file al supermercato, la gente in piazza, persone che migrano con un nonsense collettivo, chi guarda i porno e chi pensa di fare l’amore, un insieme di menti brillanti ma pigre.

E io penso, cazzo, è tutto nelle vostre patetiche menti. Vi create mondi che adorate solo voi perché vi immobilizzano l’immaginazione e questa finzione che domina è abominevole. Quindi non parlarmi di inferno e paradiso quando ti fottono il cervello con qualsiasi cosa sgarri dalla tua vita quotidiana, così ti rendi conto che è tutto statico, uguale e deleterio.

E il tempo passa così, senza lasciare nessuna traccia nella nostra mente, poi i mal di stomaco, il piercing alla lingua, e quelle volte che avresti dovuto toccarmi e non l’hai fatto. Spacco questo cazzo di divano, te lo spacco. Li sento i pugni che fanno male per la rabbia, la sento la violenza che scorre, la senti la violenza che scorre, li vedi i miei pugni serrati? Il sangue che imbratta le pareti e io che ho meno paura. E ti do ragione che è tutto incasinato ma porca puttana non puoi capire come sto affrontando questa sovrapposizione di situazioni di merda. Perché devi farmi stare bene porca puttana, devi farmi stare bene, sennò capisci anche tu che non serve a un cazzo questa condivisione perché io non accetto i compromessi, al massimo temporeggiamo con una mediazione.

Mi prenderò il tuo tempo, dovrai farmi dominare, ti devi abituare a me in quel modo malato che ti fa stare sveglio la notte mentre ti ripeti che non è possibile. Quando cammini su quell’orlo della consapevolezza e hai paura di scoprire che riesci ancora a legarti a qualcuno. Più un legame mentale che fisico, dove percorri la linea temporale dei ricordi e ingrandisci la loro importanza e il loro valore. Quel tipo di legame dove vuoi che ti scaldi l’altra metà del letto e mentre fumiamo si programma un altro viaggio. Lo vedi? Io voglio questo. Io voglio il tuo tempo.

Ti prego vattene

Sentiva il bisogno di regalarmi qualcosa. Sentiva di avermi rubato l’infanzia, calpestandola con il suo menefreghismo, doveva rimediare per fare pace con Dio. Non ci fai mai caso quando demolisci la sensibilità altrui, non capisci nemmeno quando questo nasconde un parassita che ti mangia gli organi interni, iniziando dallo stomaco con le sue cazzo di farfalle.

Se sentiamo quel strano movimento delle placche dentro di noi è perché qualcuno ci ha fatto ingoiare veleno, sai mai poi come va a finire con la salute, nervi sprecati, psicologi che ci provano ma tu ti chiudi ancora di più e ti ribelli perché la tua mente non riesce a trovare qualcosa di più giusto e logico da fare. Forse è istinto. Forse è una resa davanti a una massa di cretini, forse abbassarti e alzarti secondo tutti quei livelli non fa per te e stanca: star dietro alle persone stanca.

Non lo capisci quando qualcosa è troppo, nessuno te lo fa vedere, niente foglietti illustrativi, istruzioni in una lingua che non conosci. Il bastardo ti ride in faccia, come se non ti avesse mai fatto del male. Poi spunta fuori da un cazzo di buco nero e sono passati decenni. Un sacchetto di caramelle. E questo è troppo. Il diavolo è più premuroso se la mettiamo a paragoni, e non voglio andare avanti che solca, l’ha sempre fatto.

Non farti proprio vedere. Non voglio niente da te, e vattene, impacchettati le tue care promesse e vattene. Che poi non hanno mai avuto proprio senso le tue parole. Non voglio niente. Vattene. Ti prego vattene.