Deleterious

Di te mi prenderò il tempo. Le cose che fai mentre ti sono accanto, i pensieri troppo lontani mentre ti passo la bottiglia quasi vuota, bevi, che domani è un altro giorno e falliremo ancora. Che rapporto, che cazzo di rapporto. Non ci apparteniamo nemmeno per un quarto di un cazzo di bicchiere mezzo vuoto. Ci confondiamo nella stanza in una nebbia di frasi fatte e gesti che dovrebbero fare bene al cuore. Ma tu non avrai il mio cuore, e io non ho intenzione di prendere il tuo. Non mi serve, non così, che non ti è rimasto niente, che non mi è rimasto niente. Una condivisione patetica di secondi in solitudine, tipo le file al supermercato, la gente in piazza, persone che migrano con un nonsense collettivo, chi guarda i porno e chi pensa di fare l’amore, un insieme di menti brillanti ma pigre.

E io penso, cazzo, è tutto nelle vostre patetiche menti. Vi create mondi che adorate solo voi perché vi immobilizzano l’immaginazione e questa finzione che domina è abominevole. Quindi non parlarmi di inferno e paradiso quando ti fottono il cervello con qualsiasi cosa sgarri dalla tua vita quotidiana, così ti rendi conto che è tutto statico, uguale e deleterio.

E il tempo passa così, senza lasciare nessuna traccia nella nostra mente, poi i mal di stomaco, il piercing alla lingua, e quelle volte che avresti dovuto toccarmi e non l’hai fatto. Spacco questo cazzo di divano, te lo spacco. Li sento i pugni che fanno male per la rabbia, la sento la violenza che scorre, la senti la violenza che scorre, li vedi i miei pugni serrati? Il sangue che imbratta le pareti e io che ho meno paura. E ti do ragione che è tutto incasinato ma porca puttana non puoi capire come sto affrontando questa sovrapposizione di situazioni di merda. Perché devi farmi stare bene porca puttana, devi farmi stare bene, sennò capisci anche tu che non serve a un cazzo questa condivisione perché io non accetto i compromessi, al massimo temporeggiamo con una mediazione.

Mi prenderò il tuo tempo, dovrai farmi dominare, ti devi abituare a me in quel modo malato che ti fa stare sveglio la notte mentre ti ripeti che non è possibile. Quando cammini su quell’orlo della consapevolezza e hai paura di scoprire che riesci ancora a legarti a qualcuno. Più un legame mentale che fisico, dove percorri la linea temporale dei ricordi e ingrandisci la loro importanza e il loro valore. Quel tipo di legame dove vuoi che ti scaldi l’altra metà del letto e mentre fumiamo si programma un altro viaggio. Lo vedi? Io voglio questo. Io voglio il tuo tempo.

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Ti prego vattene

Sentiva il bisogno di regalarmi qualcosa. Sentiva di avermi rubato l’infanzia, calpestandola con il suo menefreghismo, doveva rimediare per fare pace con Dio. Non ci fai mai caso quando demolisci la sensibilità altrui, non capisci nemmeno quando questo nasconde un parassita che ti mangia gli organi interni, iniziando dallo stomaco con le sue cazzo di farfalle.

Se sentiamo quel strano movimento delle placche dentro di noi è perché qualcuno ci ha fatto ingoiare veleno, sai mai poi come va a finire con la salute, nervi sprecati, psicologi che ci provano ma tu ti chiudi ancora di più e ti ribelli perché la tua mente non riesce a trovare qualcosa di più giusto e logico da fare. Forse è istinto. Forse è una resa davanti a una massa di cretini, forse abbassarti e alzarti secondo tutti quei livelli non fa per te e stanca: star dietro alle persone stanca.

Non lo capisci quando qualcosa è troppo, nessuno te lo fa vedere, niente foglietti illustrativi, istruzioni in una lingua che non conosci. Il bastardo ti ride in faccia, come se non ti avesse mai fatto del male. Poi spunta fuori da un cazzo di buco nero e sono passati decenni. Un sacchetto di caramelle. E questo è troppo. Il diavolo è più premuroso se la mettiamo a paragoni, e non voglio andare avanti che solca, l’ha sempre fatto.

Non farti proprio vedere. Non voglio niente da te, e vattene, impacchettati le tue care promesse e vattene. Che poi non hanno mai avuto proprio senso le tue parole. Non voglio niente. Vattene. Ti prego vattene.

E toglie il fiato

Sono accanto a lui che dorme beato, girato dall’altra parte, in una posizione penso per lui comodissima. Lo sento respirare pesantemente a tratti, per il resto è regolare, a parte quando per tre secondi va in apnea e allora mi blocco anche io per monitorarlo e inizio a respirare solo dopo di lui, poi ci sono gli affanni. Mi accorgo solo dopo di quanto questa cosa tolga il fiato.

Quando mi abbraccia nella notte so che cerca il cuscino, e allora gli faccio da cuscino. Ho le stesse funzionalità di un cuscino capite, poi mi sento un attimino superiore che io almeno ricambio l’abbraccio. I cuscini non ricambiano. 

Rido in quel momento. Lui non mi sente: dorme. Io rido. Residui di istinto materno che sento mi abbiano rubato. Prendete i miei soldi, loro no, si sono presi il mio istinto materno, l’altro almeno me l’hanno lasciato. Furbi. Sai che casino conviverci sennò, così me l’hanno lasciato. 

Ed eccomi qua: ad avere paura. 

C’ho tanta paura. Tanta di quella paura che fare da cuscino non mi basta. E mi accorgo solo ora di quanto questa cosa tolga il fiato.